Ricerca sulla CIDP: quali progressi

“Sono ormai quattro decenni che la CIDP è nota come patologia con un proprio nome. I dati di laboratorio che aiutano a definire la malattia, gli studi sulla conduzione dei nervi, in alcuni casi l’analisi del liquor cerebro-spinale e la biopsia del nervo sono persino antecedenti, e la descrizione iniziale di ciò che oggi conosciamo come CIDP è stata probabilmente pubblicata per la prima volta oltre cento anni fa.

Delle comprovate odierne terapie per la CIDP (corticosteroidi, immunoglobuline, plasmaferesi) se ne conosce l’efficacia dagli anni Ottanta e Novanta. Nel 2018 i progressi nella ricerca sulla CIDP possono apparire… stagnanti.

Ricercatori di tutto il mondo in campo

Eppure, nonostante le apparenze, i risultati scientifici ottenuti in questo campo sono indiscutibili. Medici e ricercatori in tutto il mondo hanno ingaggiato un confronto serrato su tutti gli aspetti della patologia: dall’analisi dei meccanismi fondamentali del danno immunologico per cercare di definire meglio lo spettro clinico della CIDP, sino all’esplorazione di nuove possibilità di trattamento.

Fino a questo momento del 2018 è stata autorizzata, previo riesame paritario (peer-review), la pubblicazione sulle riviste mediche internazionali di 140 studi sulla CIDP[1]. La crescita delle pubblicazioni di decennio in decennio è stata costante ed è sintomo della curiosità intellettuale sull’argomento.

Nel 1990 furono pubblicati in totale 31 studi, seguiti da 84 nel 2000 e 107 nel 2010. Soltanto negli ultimi anni, abbiamo scoperto che circa il 10% delle persone con CIDP ospita uno di due auto-anticorpi, la neurofascina 155 o la contactina 1. Questi anticorpi prendono di mira una specifica porzione del nervo periferico e possono avere importanti implicazioni terapeutiche.

Abbiamo capito le sfide che ci troviamo davanti quando diagnostichiamo la CIDP e abbiamo una migliore comprensione di come evitare errori diagnostici.

Terapie sempre più personalizzate

Dal punto di vista dei trattamenti, abbiamo di recente imparato che la perfusione subcutanea di immunoglobuline è sicura ed efficace nella terapia di mantenimento, ma che purtroppo il farmaco immunomodulante fingolimod (usato nella terapia della sclerosi multipla a decorso recidivante-remittente, ndt) non ha un ruolo nel trattamento della CIDP. Benché questi citati non siano che pochi esempi di quanto si è acquisito negli ultimi anni, essi offrono comunque un’idea dei progressi fatti e della direzione che la ricerca nel campo sta prendendo. E la direzione principale è quella che punta a una comprensione sempre maggiore del perché un paziente con la CIDP è diverso dall’altro. A capire qual è il latente problema immunologico e che cosa questo ci dice sulla diagnosi, la prognosi e il trattamento di ogni singolo individuo.

Nuovi studi per potenziare le terapie attuali

Oggi nel mondo c’è una molteplicità di studi che cercano di capire come ottenere risultati migliori con le attuali terapie per la CIDP. Queste ricerche includono gli studi ProCID e DRIP condotti in maniera estensiva in Europa, che ci aiuteranno a capire come il dosaggio e la frequenza dell’infusione di immunoglobuline ne influenzino l’efficacia. La sperimentazione IOC in corso in Olanda ci aiuterà a capire quanto spesso si verifica remissione nella CIDP. Lo studio GRIPPER condotto negli Stati Uniti potrà fare luce su come i sintomi fluttuano tra una somministrazione e l’altra di immunoglobuline. Ciascuno di questi studi dovrebbe arrivare a dare delle conclusioni nel 2018 o nel 2019.  Il risultato collettivo di queste ricerche ci darà informazioni su come personalizzare il trattamento con le immunoglobuline: come ottenere risultati migliori per chi ne ha bisogno e come staccare i pazienti dal trattamento se non ne hanno più bisogno. Guardando ancora più in là, la sperimentazione OPTIC condotta in Olanda e nel Regno Unito sta esplorando il ruolo della combinazione delle immunoglobuline con i corticosteroidi. I risultati di questo studio sono attesi per il 2023.

Le sperimentazioni di nuovi farmaci

Accanto al perfezionamento degli attuali protocolli terapeutici, c’è l’obiettivo di identificare nuove opzioni di cura. Ci sono tantissimi modi per sopprimere o manipolare il sistema immunitario. Mentre alcuni di questi interventi possono ottenere il risultato di fermare l’attacco infiammatorio ai nervi colpiti dalla CIDP, il rischio di un’immunosoppressione aggressiva può essere però sostanziale e superfluo. L’obiettivo è massimizzare l’efficacia, allo stesso tempo minimizzando il rischio, con una entità di rischio proporzionata alla severità della malattia e alla precedente storia terapeutica. Una linea di trattamento che ha suscitato un certo livello di entusiasmo è la terapia che impatta sui linfociti B attraverso il rituximab. Una sperimentazione randomizzata con rituximab in pazienti CIDP è in corso attualmente in centri italiani (leggi l’articolo). I medici statunitensi hanno espresso un simile interesse a esplorare questo percorso terapeutico e una sperimentazione clinica di una terapia che impatti sulle cellule B è attualmente in corso di sviluppo nei centri americani. 

Benché il ruolo della riduzione dei linfociti B nel trattamento della CIDP sia al momento ignoto, la speranza è che queste sperimentazioni ci aiutino a capire quali gruppi di pazienti, all’interno del più vasto contesto dei malati di CIDP, potrebbero trarre benefici dal rituximab o da farmaci simili. La speranza è poi di capire come questi interventi terapeutici possano essere personalizzati sul singolo paziente affinché ogni rischio superfluo possa essere evitato.

Conoscere il paziente per conoscere la malattia

Nel 2019, i pazienti CIDP in tutto il mondo possono anticipare l’inizio di uno studio che sarà noto come INCbase. Questo progetto non esplorerà uno specifico trattamento o intervento sulla CIDP, ma sarà piuttosto un registro voluto per saperne di più su quanti sono affetti dalla patologia. Una delle sfide nel trovare terapie per la CIDP nasce dalla consapevolezza che la patologia ha tante facce e che queste facce possono essere mediate da un diverso attacco immunologico. L’obiettivo di INCbase è capire meglio che cosa definisce le tante facce della CIDP. Quali sintomi definiscono i confini clinici della CIDP? Quali test sono utili nella diagnosi? Perché certe terapie aiutano certe persone ma non altre? Come la fisiopatologia della malattia differisce da paziente a paziente? Ai partecipanti all’INCbase sarà posta una serie standardizzata di domande e saranno sottoposti alla misurazione di alcuni parametri standard, come la forza di presa. In alcuni casi potrà essere raccolto un campione di sangue. I partecipanti saranno seguiti a intervalli cadenzati nell’arco di due anni. In ultima analisi, queste informazioni saranno cruciali nello sviluppo di protocolli terapeutici che siano specifici per ogni singolo paziente, a ogni dato stadio della sua patologia.

Benché tutti noi, pazienti e medici insieme, aneliamo a un incremento dei progressi fatti nel campo della CIDP, la conoscenza acquisita anche solo negli anni recenti è innegabile. Siamo tutti debitori verso i pazienti CIDP che partecipano alla ricerca, aiutando i progressi in questo campo. I pazienti interessati alla ricerca sono incoraggiati a parlarne coi loro medici per verificare i programmi che potrebbero essere accessibili localmente. Il trend nel campo è la personalizzazione della terapia, il che può voler dire cercare di ottenere migliori risultati dalle terapie oggi disponibili o capire quali pazienti potrebbero essere candidati a diverse opzioni terapeutiche che siano allo stesso tempo efficaci e sicure (corsivo nel testo, ndt). 

Una migliore comprensione dei confini clinici e di laboratorio che delimitano la CIDP e di come i singoli pazienti, accomunati sotto la definizione-ombrello CIDP, si differenziano, aiuterà moltissimo la personalizzazione della terapia.

Stiamo tutti aspettando avidamente i risultati delle sperimentazioni attive, l’inizio di nuovi studi come l’INCbase, l’identificazione di nuovi anticorpi e gli esiti delle sperimentazioni cliniche con le terapie che impattano sui linfociti B. Collettivamente, tutti questi studi hanno la capacità di cambiare il panorama della gestione della CIDP in modi che soltanto fino a pochi anni fa erano sconosciuti. Stiamo facendo progressi (grassetto nel testo, ndt)”.


L’articolo originale è stato pubblicato dalla GBS-CIDP Foundation International il 10 dicembre 2018 a firma del dottor Jeffrey A. Allen, membro del Medical Advisory Board. La nostra traduzione è del 7 gennaio 2019.

[1] Ricerca in PubMed con le query “polineuropatia infiammatoria demielinizzante cronica or CIDP”, effettuata il 5 ottobre 2018